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Secondo alcuni, l’usanza di raggruppare rocce e piante in giardino risalirebbe al Settecento, ma questa tendenza si è diffusa in Europa abbastanza recentemente, ovvero all’inizio del Novecento. Fu allora che un grande giardiniere inglese, Sir Reginald Farrer, iniziò a sperimentare la coltivazione delle piante alpine o “da alpinum”, creando dei veri e propri giardini rocciosi.
Come dice il nome, le piante alpine vivono in montagna, sviluppandosi negli interstizi fra le rocce e sopportando delle condizioni ambientali estreme. Hanno un portamento strisciante che consente loro di restare vicino al suolo, dove il freddo e il vento sono meno intensi. Le radici sono molto sviluppate, per cercare l’acqua in profondità e per ancorare la pianta al terreno. Quest’ultimo è solitamente povero di sostanze organiche e molto drenato.
Insomma si tratta di un habitat molto difficile da ricreare nel giardino di casa e se si vive in una zona molto calda d’estate e piovosa in inverno, è meglio non avventurarsi nella loro coltivazione. Inoltre è bene sapere che se queste piante si strappano dal loro habitat naturale, non attecchiscono perché le loro radici profonde e avvinghiate alle rocce, si danneggiano irrimediabilmente. Esistono però delle specie più “casalinghe”, con caratteristiche simili, che possono vivere in un ambiente caldo: ad esempio le euforbie striscianti, il convolvolo, i garofani e molte altre ancora.
Una volta scelte le piante da coltivare, bisogna decidere la posizione dell’aiuola rocciosa. L’ideale è una zona soleggiata ed esposta a Sud o Sud-Ovest. Le rocce si possono trovare in campagna, sul greto di un torrente, oppure in montagna. Il terreno sarà un mix di terriccio da giardino, torba e sabbia o ghiaia fine, con eventuale aggiunta di terriccio acido per le specie acidofile. Vi serviranno anche dei mattoni o pietre di scarto: per procurarveli chiedete a un cantiere.
Create uno strato di drenaggio con i mattoni o le pietre, di altezza circa 20 cm, e ricopritelo con erba falciata, o meglio ancora delle zolle erbose capovolte, per trattenere il terriccio. Le dimensioni di questo primo strato, vi daranno più o meno l’idea dello spazio occupato dall’aiuola rocciosa. Ricoprite con terriccio per un’altezza di circa 30 cm, poi iniziate a mettere le rocce, prime quelle più grandi, assicurandovi che ogni roccia sia ben stabile. Mentre disponete le rocce grandi, ponete a dimora anche le piante, rivolte verso l’esterno. Adesso posizionate anche le rocce più piccole e per finire, deponete uno strato di ghiaia. Annaffiate il tutto e ripetete l’irrigazione, solo quando il terreno sarà bene asciutto.
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30
L’Italia è fra i paesi con il patrimonio artistico più antico e prezioso del mondo, ma lo sapevate che nella nostra penisola ci sono degli alberi ancora più antichi della Torre di Pisa o addirittura del Colosseo?
Una indagine del Corpo Forestale dello Stato, risalente a qualche anno fa, ha censito circa 22.000 alberi italiani di particolare interesse naturalistico e storico: veri e propri monumenti naturali, testimoni di grandi eventi e personaggi storici. Ci sono alberi legati alla vita di Santi famosi, altri a figure come Garibaldi, oppure gli “alberi della libertà” piantati dai Carbonari del Risorgimento.
Alcuni di questi alberi sono detentori di veri e propri record. L’albero più grande d’Italia, secondo alcuni, sarebbe il Castagno dei Cento Cavalli che si trova nel comune di Sant’Alfio (CT) con una circonferenza di ben 20 metri. Si chiama così perché, dice la leggenda, sotto le sue chiome avrebbero trovato riparo da un temporale la regina Giovanna d’Aragona e i suoi cento cavalieri.
Il più vecchio è probabilmente un Oleastro a San Baltolu di Luras (SS), la cui età è stimata attorno ai 2.000 anni, mentre il più alto potrebbe essere una Sequoia Sempreverde del Parco Burcina di Pollone (VC) che ha un’altezza di ben 50 metri.
Visto che siamo in periodo di vacanze, perché non partire alla scoperta di questi e altri alberi eccezionali? Iniziate con una ricerca su internet, per localizzare gli “alberi monumentali” più interessanti, quelli vicini alla vostra località turistica preferita, oppure quelli della vostra città, se rimanete a casa. Poi organizzatevi per andare a visitarli dal vivo: un affascinante viaggio nella natura e nella cultura d’Italia.
ago
23
La talea è quel metodo di riproduzione di una pianta, che utilizza un frammento, come un rametto o una foglia, tagliato e sistemato nell’acqua o nel terreno, per ottenere un nuovo esemplare. Agosto è un mese particolarmente adatto per questa tecnica, ecco dunque qualche consiglio.
Si possono fare delle talee di Ortensie, staccando l’apice delle ramificazioni ancora verdeggianti, con un taglio netto appena sotto un nodo. Eliminate e foglie alla base e infilate le talee in una cassetta con sabbia finissima, annaffiando bene e collocando il tutto in una posizione ombreggiata. La sabbia va mantenuta costantemente umida ma non eccessivamente zuppa d’acqua: a questo scopo può risultare ottimale un sistema a goccia. Dopo circa 40-50 giorni le talee metteranno radici: a questo punto rinvasatele ad una ad una in vasi larghi circa 10 cm, con un mix di torba e sabbia fine. Potranno essere tenuto in cassone freddo durante l’inverno, per poi essere messe a dimora nella prossima fioritura.
Anche gli arbusti da fiore come la Forsizia e il Corniolo si possono moltiplicare mediante talea: tagliate dei rametti semilegnosi lunghi circa 10-15 cm, appena sotto un nodo, e interrateli per circa un terzo della loro lunghezza in un mix di torba e sabbia, in posizione ombreggiata. Anche in questo caso vale la regola dell’annaffiatura costante ma non eccessiva, senza eccessiva umidità o ristagni d’acqua.
Questo è inoltre il periodo tradizionalmente consigliato per fare le talee delle Rose, anche se alcuni autori sostengono che questa tecnica si può effettuare fino a ottobre. Le talee, di lunghezza 10-15 cm, si prelevano da un ramo semilignificato, con un taglio netto sotto un nodo. Togliete tutte le foglie a parte quelle sull’apice, che dovranno essere comunque essere tagliate trasversalmente a metà, per ridurre al massimo la traspirazione e dunque la perdita di liquidi durante l’attecchimento. Interrate le talee in un mix di torba e sabbia per circa 2/3 della loro lunghezza, in un grande contenitore oppure in vasi singoli, annaffiando bene e mantenendole così fino all’attecchimento, il quale avverrà in un arco di tempo compreso fra 12 e 24 mesi.
ago
16
Il Tetranychus Urticae, meglio noto come “ragnetto rosso” è un parassita particolarmente attivo nei mesi di luglio e settembre. Si tratta di un animaletto davvero di proporzioni minuscole: le femmine hanno una lunghezza di circa mezzo millimetro, mentre i maschi sono ancora più piccoli.
Eppure, nonostante sia quasi invisibile ad occhio nudo, il ragnetto rosso provoca dei danni notevoli alle piante, sia ornamentali che alimentari, prediligendo soprattutto la zona inferiore delle foglie.
Il punto di forza del ragnetto rosso è la sua prolificità: ogni femmina può deporre centinaia di uova che si schiudono in pochi giorni, inoltre bastano due settimane ai “baby ragnetti” per svilupparsi e riprodursi a loro volta. Il ragnetto rosso non ama l’acqua e quindi uno dei rimedi più diffusi è nebulizzare la pianta o addirittura immergerla completamente in acqua, ma bisogna sapere che le uova non sono sensibili all’acqua e dunque, questo metodo non fa che rimandare il problema.
Non resta allora che utilizzare un acaricida come Folimat, Amitraz, Dicofol, Clofentezine, Endosulfan, Fenpiroximate e Fenazaquin. Oppure potete provare un rimedio “della nonna” come il seguente: fate bollire una testa d’aglio tritata in un litro d’acqua per circa 20 minuti, poi lasciate raffreddare e macerare per una notte. Filtrate il tutto e nebulizzate sulla pianta, ogni due giorni, per un paio di settimane: secondo alcuni, questa ricetta casalinga funzionerebbe contro diversi parassiti delle piante.
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